Questa è tutta un’altra Rai

IL MONDO - Andrea Ducci

Con tre obiettivi in testa, «l'eccellenza nell'offerta, l'avanguardia tecnologica, i conti in equilibrio» quando arrivò a braccetto con il presidente Anna Maria Tarantola, lei ex Banca d'Italia, lui ex Fiat ex Wind, sembrava fosse atterrata sul tetto di viale Mazzini un'astronave di Ufo. Nominato da una rosa di nomi da cacciatori di teste, dal governo tecnico di Mario Monti il premier che conosceva appena, Luigi Gubitosi, napoletano, 51 anni, lasciata la Bank of America, passaporto di marziano alla mano si insedia sotto il solleone 2012 in una Rai allo sbando, dopo la caduta dell'impero berlusconiano e l'arrivo degli eurocommissari al potere. Al suo insediamento erano partite le scommesse su quanto tempo ci avrebbe messo il partito Rai a farlo prigioniero, lui manager di aziende private lontano anni luce dai gironi Rai. E invece sull'onda di molti colpi andati a segno, dall'evento di Roberto Benigni («L'artista che sognavo di riportare in Rai e ci sono riuscito») sulla Costituzione, al festival di Sanremo, all'aver cambiato tutti i vertici delle direzioni editoriali, pur con una Rai con i conti in rosso e la pubblicità che langue, Gubitosi, nemmeno una foto mondana in giro, defilato e prudentissimo, parla per la prima volta da quando è a viale Mazzini. Sullo sfondo del risultato del voto che ha fatto saltare qualunque sondaggio e dopo una campagna elettorale sanguinosa, traccia un bilancio dei suoi sette mesi alla tv pubblica confessando la passione per le news, quelle Cnn principalmente. Non è più tempo del faro Bbc, a quanto pare. Anche questa è una svolta Rai. 

La prima impressione in Rai? 
«Quella di una bella sfida, una bella interazione con la presidente Tarantola e con l'ambiente, unitamente alla scoperta di un'azienda da anni priva di investimenti in tecnologie e persone, con una situazione peggiore di quella percepita esternamente. Una Rai organizzata in vari silos, con aspettative di pareggio di bilancio che sembravano impossibili».

Cosa frena la Rai? 
«Momento storico a parte, è frenata dalla mancanza di un'identità culturale e aziendale capace di dialogare senza sudditanza con le forze esterne che la premono. Ha bisogno di incanalare nel modo giusto le sue eccellenze editoriali e di applicare ordine e disciplina. Per fare un esempio, per la prima volta palinsesti, piano fiction e budget sono stati approvati nei tempi giusti e non con mesi di ritardo».

Immagino si riferisca alla politica. 
«È stata un'azienda in gran parte eterodiretta. Appena arrivato, in un colloquio un alto dirigente mi ha detto: "Sono stato messo qua da un certo partito". Gli ho risposto: "L'unica cosa che mi interessa è come si comporterà perché se dovessi lavorare con chi non è stato nominato dalla politica probabilmente lavorerei solo"».

La Gasparri certo non ha aiutato. 
«La legge attuale avrebbe potuto fare di più per creare un'identità con la missione di educare, informare, intrattenere in modo indipendente, mentre si è creduto erroneamente che la Rai potesse sfuggire alle normali logiche aziendali. Da noi le direttive ci sono ma non sempre si applicano. Bisogna conoscere la realtà aziendale. Una volta sono andato alle cinque del mattino a Saxa Rubra, passando con il badge senza avvertire nessuno, perdendomi nel dedalo delle palazzine, per rendermi conto di persona delle problematiche. Prima non credo sia successo, ma è stato importante farlo».

Le sue famose improvvisate… 
«Sto visitando anche le sedi regionali. Non mi accontento del racconto filtrato, l'azienda mi appassiona, voglio vedere con i miei occhi».

Quanto è riuscito a incidere nei meccanismi più profondi? 
«Partiamo dall'innovazione tecnologica. Appena nominati con il presidente siamo andati a Saxa. Ci ha lasciato attoniti il fatto che circolassero ancora le video cassette, qualcosa di inaccettabile in un mondo digitalizzato, io, poi, sono stato in Wind che è molto più avanti mentre il passaggio Rai al digitale era a dir poco in alto mare. Sa cosa ha scoperto la dottoressa Tarantola in un incontro alla Bbc?».

Mi racconti. 
«Le hanno detto: "Ah, beati voi che avete il Centro sperimentale di ricerca Rai, un'eccellenza multi premiata, all'avanguardia per i contributi sul digitale". Noi eravamo all'oscuro. Ora, invece, gli ingegneri del Centro, che negli anni avevano subito continui tagli, hanno avuto il budget significativamente aumentato, e adesso lanciamo una nuova applicazione del telecomando opera del loro lavoro. Se dovessi lasciare una legacy alla Rai mi piacerebbe poter dire di averla digitalizzata. A fine anno è toccato al Tg2, e ora sta coinvolgendo tutta la tv capovolgendo la tendenza del passato: con i ricavi in discesa, si è finito per risparmiare sugli investimenti invece di ridurre i costi di struttura».

E invece ora? 
«Da una parte abbiamo varato il piano di pensionamenti con un target d'uscita di seicento persone. Dall'altra il personale aumenterà per la stabilizzazione dei tempi determinati cresciuti esponenzialmente per politiche del personale a volte piuttosto originali».

Che vuol dire? 
«Dagli anni Novanta la Rai ha fatto da ammortizzatore sociale alla stampa e a varie categorie editoriali. Sono stati fatti contratti a tempo determinato per non mostrare un organico in crescita. Nei prossimi anni stabilizzeremo 1.500 persone».

Ma sono stati i precari a mandare in onda la Rai per anni. 
«Mi piace pensare che la Rai la mandino in onda tutti. Di fatto, dovendo attingere da questi bacini non possiamo assumere. E da noi oltre i due terzi dei giornalisti sono sopra i 50 anni, oltre il 95 per cento è sopra i 40. Manca gioventù, mancano i nativi digitali. Finora abbiamo circa 400 richieste di pensionamenti, quasi 200 accordi già firmati. Non si tratta solo di una riduzione di costi è anche un necessario ricambio».

Si dice che anche l'Adrai, il sindacato dei dirigenti, remi contro. 
«Non mi risulta. In ogni caso il contratto dei dirigenti è l'unico che non ha bisogno di accordo sindacale. Mi creda, la maggioranza dei dipendenti ha capito il momento in cui si trova il Paese e la Rai e si sta impegnando per dare una mano a risanarla. L'eccezione è rappresentata dalla vecchia guardia. Comunque il piano dei pensionamenti sarà volontario, fino al 15 marzo».

E dopo? 
«Cercheremo di fare accordi con le organizzazioni sindacali con forme diverse dall'esodo volontario».

Stato di crisi in Rai, come in altri gruppi editoriali? 
«Spero di no, spero in un accordo con il sindacato, è importante. Ma noi non operiamo in Paesi e settori differenti dagli altri gruppi editoriali, alcuni degli elementi che incidono su di loro pesano anche da noi».

È anche un piano che elimina la memoria e l'esperienza della tv pubblica. 
«Io voglio investire sul futuro. La Rai non ha un problema di genere, ora ci sono molte donne in posizioni di responsabilità, ma generazionale. Abbiamo nominato Eleonora Andreatta a capo della fiction e infatti adesso il prodotto in preparazione ha come protagoniste una sindaco nella Locride, delle ingegneri aerospaziali, un medico che scopre la corruzione del marito, non più solo mamme, suore, maestre ma la proiezione della società contemporanea finalmente. Nel nuovo contratto collettivo di lavoro per esempio abbiamo inserito l'apprendistato che non esisteva prima e che sarà importante per poter assumere giovani. Stiamo studiando il progetto di una direzione Rai per formare o aggiornare registi, costumisti ecc. oltre che giornalisti».

La politica ha i suoi appetiti e la Rai ha sempre garantito una grande bouffe. 
«Noi stiamo premiando merito e competenza, credo. Tra avanzamenti e conferme, abbiamo appena nominato 12 vice direttori di rete (prima erano 15, li abbiamo diminuiti del 20 per cento). Si prevedeva l'ostruzionismo del cda, invece c'è stata l'unanimità, e in Rai mi dicevano: "Perché farlo a tre giorni dal voto?". Ho ribadito che i ritmi Rai non possono e non devono essere dettati dalla politica, la stessa risposta data a chi chiedeva di spostare Sanremo per non disturbare la campagna elettorale».

I dg hanno sempre giurato che la politica non ha mai osato avanzare pretese. 
«A volte ho sentito la pressione, non si può immaginare di non avere rapporti con la politica: è una società pubblica, è del Paese, l'azionista è il governo. Ma deve essere una politica sana. Sono fiero delle nomine. Per parlare di queste ultime, sono l'unico caso in cui tre direttori di rete, Giancarlo Leone, Angelo Teodoli e Andrea Vianello, hanno potuto scegliersi in totale autonomia la squadra di vice direttori. Naturalmente poi stiamo lavorando molto anche sugli appalti».
Ci sono polemiche sulla questione. 
«Eppure un grande supporto arriva dalla posta elettronica aperta appena arrivato. Da luglio ho ricevuto 3 mila mail, uno strumento partecipativo importante, arrivano segnalazioni di sprechi, spese inappropriate. Non considero quelle anonime e proteggo la riservatezza di situazioni delicate. Ma diamo sempre seguito. È stato grazie a una mail in cui esponeva le sue idee sulla fiction che ho scoperto la Andreatta. Uno dei primi suggerimenti, usare buste paga dematerializzate, è stato varato a gennaio. Tanti audit interni sono partiti da dipendenti che hanno a cuore la vita dell'azienda».
Qual è il settore più bisognoso di spending review? Quello degli appalti, dicevamo? 
« Nel 2012 tra riduzione di costi degli appalti e di lavoro autonomo e uso delle risorse interne, abbiamo ottenuto un risparmio di circa 20 milioni di euro. Per esempio, Sanremo è stato fatto quasi interamente in casa e con l'impiego di 415 persone contro le 488 dell'anno scorso e si è ripagato da solo grazie all'aumento della pubblicità e al taglio dei costi. Ma il settore su cui lavorare molto è la produzione, la fabbrica della Rai dove lavora gente di altissima professionalità e energia ma ci sono sacche di inefficienza e un eccesso di appalti esterni. I quattro centri di produzione, Roma, Milano, Napoli e Torino, vanno destinati ciascuno a un genere, intrattenimento, fiction e così via per evitare il sovraffollamento di uno e la non utilizzazione di un altro come capita spesso. C'è bisogno di una grande razionalizzazione e di pianificazione industriale. La confusione aiuta ciò che non si vuole far capire».

Ci sono state molte proteste. 
«Il nuovo contratto ha picconato il muro d'inflessibilità, mi riferisco, per esempio, alla trasformazione della figura del montatore e alla creazione della figura del video maker. Abbiamo siglato un rinnovo contrattuale scaduto da 37 mesi, abbiamo spostato l'inizio del lavoro notturno dalle 20 alle 21, anche se in altre aziende è alle 22 e certo non c'è la duttilità che hanno altri concorrenti. Ma se c'è tensione sul tema della flessibilità da parte del sindacato, c'è anche lo sforzo lodevole di capire il cambiamento».

Il nuovo piano industriale è pronto? 
«È in fase di finalizzazione ed è iniziata la discussione in consiglio. Posso anticipare che l'organizzazione sarà semplificata, taglieremo il numero delle direzioni, sono 48 e il numero si assottiglierà almeno di una quindicina. Tengo molto alla trasparenza e a un'informazione a doppio senso, ricevo le indicazioni dai dipendenti e ricambio scrivendo ogni tre mesi a tutti i 13 mila dipendenti il commento sui risultati e sull'andamento dell'azienda. Lo sa che Rai non produceva il bilancio di responsabilità sociale?».

A proposito di bilancio, il rosso è notevole... 
«Il 27 marzo presenteremo il bilancio 2012 che mostrerà una perdita della gestione ordinaria, escluso il costo degli esodi, di poco inferiore ai 200 milioni anziché superiore come previsto. Nonostante lo spazio destinato alla campagna elettorale poverissimo di share, tra l'altro con una par condicio rispettata, gli ascolti vanno molto bene. La fiction su Domenico Modugno, lanciata anche da Sanremo, ha sbancato mostrando l'importanza della promozione tra reti. C'è un piano fiction interessantissimo, sta per andare in onda un'altra serata evento, quella dedicata a Lucio Dalla, poi arriva il talent "The voice". Mi chiede se avrei lasciato andare a Sky "X Factor"? L'avrei gestito diversamente, una cosa è il format, altra come svilupparlo, l'avrei fatto più da Rai per essere chiari».

Anche la pubblicità segna rosso. 
«L'anno scorso la raccolta è scesa a 745 milioni rispetto ai 965 dell'anno prima: un calo drammatico in gran parte derivante dal mercato ma anche da una Sipra troppo burocratica e molto distaccata dall'azienda. Gennaio e febbraio sono brutti mesi ma, da quanto ci risulta, la concessionaria che ha appena presentato le novità - il ritorno della vecchia Rai con Carosello, e l'Intervallo ma in un quadro di interattività e multimedialità - con un grande successo presso i clienti, sta facendo meglio del mercato recuperando quote perse da una dozzina d'anni».

In questi mesi ha fatto una raffica di nomine: i direttori delle tre reti, di Rainews24, Fiction e Tg1. Sono state battaglie difficili?
«Non tutti i consiglieri sono stati via via d'accordo su ogni nome, tutti ineccepibili tra l'altro, al Tg1 la rosa era tra grandi professionisti come Marcello Sorgi e Monica Maggioni oltre a Mario Orfeo. Come ho detto più volte, l'unanimità è apprezzabile e va ricercata. Ma non è elemento indispensabile, se no si paralizzerebbe l'azienda».

Ha nominato anche un nuovo capo di Rai Vaticano, ex interim di Marco Simeon, uomo con forti legami Oltretevere. 
«In Rai non è più permesso il doppio incarico, così Simeon ha tenuto i Rapporti istituzionali. Lo ha sostituito Massimo Milone, capo redattore Tgr Campania, che ha esperienza di rapporti con la stampa cattolica e che non conoscevo prima di arrivare in Rai».

I suoi cambiamenti, definiti da qualcuno una "rivoluzione silenziosa", sono stati possibili anche per la presenza di Monti e per la latitanza dei partiti dal potere. Ma cosa cambierà dopo il risultato elettorale? Si era parlato di modificare la governance. 
« Ben venga qualunque miglioramento della governance che protegga anche l'indipendenza della tv pubblica. Noi continueremo il suo risanamento, come si dice nel mondo dello spettacolo "the show must go on"».

La Rai è ancora lo specchio del Paese? 
«Spero proprio di sì, visto che sta migliorando sia nei comportamenti che nei risultati».

 

Denise Pardo